L’era del ‘tutto gratis’ sta arrivando

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Rifkin e la società del tutto gratis
Jeremy Rifkin, primo teorico della Zero Marginal Cost Society

di Giuseppe Paone

Siamo all’alba di un’era dove molte cose e molti prodotti saranno (quasi) gratis, ma non sarà un bel mondo in cui vivere.

Ci stiamo abituando a fruire di contenuti multimediali gratuiti, a leggere le notizie gratis, a scegliere le nostre vacanze a prezzi sempre più bassi. Ma tutto questo dove ci sta portando? Chiedetelo ai tassisti infuriati con Uber, oppure alle agenzie di viaggio sotterrate da Expedia. E’ la tecnologia che ci sta regalando il nuovo paese del bengodi.

Ma sarà tutto oro ciò che luccica?

Il mercato, e la società, capitalista nel quale viviamo è governato dalla mano invisibile della domanda e dell’offerta. I nostri stipendi sono governati da questa legge, noi stessi la applichiamo quando entriamo in un negozio e scegliamo.

In questo mondo i venditori sono costantemente alla ricerca di nuove tecnologie per aumentare la produttività, di metotodogie che consentano loro di ridurre i costi di produzione di beni e servizi, in modo che essi possano vendere ad un prezzo più conveniente rispetto ai concorrenti. Lo scopo è quindi conquistare i consumatori (noi tutti) assicurando un profitto sufficiente per gli investitori.

Marx, che ha teorizzato il collegamento tra produzione e capitalismo non si è però mai chiesto che cosa sarebbe potuto accadere se la sempre più intensa competizione globale avesse in futuro costretto gli imprenditori ad introdurre tecnologie sempre più efficienti, accelerando la produttività al punto in cui il costo marginale della produzione si sarebbe avvicinato a zero. Questa è la condizione verso la quale andiamo.

Questa condizione (la Zero Marginal Cost Society) è stata concettualizzata per primo da Jeremy Rifkin, in un volume dallo stesso titolo.

Rifkin predice appunto che andremo verso un sistema economico nel quale la maggior parte dei prodotti (sia immateriali che materiali) costeranno sempre meno a causa della competizione e dei costi di produzione (compresi gli stipendi dei lavoratori) in discesa vertiginosa.

Esistono già oggi categorie di prodotti che vengono forniti gratuitamente: intermediazioni per il turismo, musica, film, prodotti culturali. Sono prodotti che erano materiali (dischi in vinile, cd musicali, dvd video, libri cartacei) e sono diventati immateriali (mp3, ebook, video compressi, etc).Aggiungiamo a questo processo un altro fatto: negli ultimi dieci anni milioni di consumatori sono diventati prosumer, hanno iniziato essi stessi a produrre contenuti per poi condividerli, saltando del tutto il passaggio dell’intermediazione industriale.

Quindi, se la produzione e la condivisione di musica, di video, delle stesse notizie, della conoscenza e della formazione (anche quella universitaria) attualmente è quasi a costo zero quello che ne è conseguito è stata una contrazione dei ricavi nei settori della musica, dei giornali e dell’editoria toutcourt.

Certo è un sogno poter avere gratuitamente tutta la musica ed i film che vogliamo, ed ancora poterci formare a livello universitario senza spendere quasi niente. Ma fermiamoci a riflettere: se non c’è margine di guadagno, chi produrrà ancora musica decente o film? Quale imprenditore si prenderà la briga di investire se non sarà sicuro di ottenere un ritorno in termini di profitto? Se un docente (universitario) può avere già oggi classi di decine di migliaia di studenti, che destino sarà riservato ai docenti meno appetibili?

Certo si salva ancora la produzione ed il commercio di beni materiali. Ma per quanto ancora?

Per poco.

L’economia di scambio legata al profitto forse ha le ore contate

Vediamo perché.

La rivoluzione della Zero Cost Society sta cominciando a influenzare altri settori commerciali. L’agente precipitante è una nuova piattaforma tecnologica che sta prepotentemente emergendo – l’Internet delle cose.

Quella che gli addetti ai lavori definiscono Internet delle cose non è altro che la convergenza delle reti di comunicazione con le reti energetiche intelligenti (smart grid) unitamente alle reti di energie rinnovabili insieme alle reti della logistica automatizzata.

Questo groviglio di nodi ed interscambi si sta evolvendo in un enorme sistema inter-operabile intelligente che comprende sia il mondo virtuale dei dati che quello materiale delle merci.

Siamo testimoni della nascita di una terza o perfino di una quarta rivoluzione industriale.
Colossi globali come Siemens, IBM, Cisco e General Electric sono tra le prime aziende impegnate nella costruzione dell’infrastruttura dell’ Internet delle cose.

Un’infrastruttura fatta di microchip, sensori e etichette RFID.

Ad oggi ci sono 11 miliardi di sensori che collegano migliaia di tipi diversi di dispositivi all’Internet delle cose (dagli smart watch, alle automobili, ai cargo merci, agli aerei, alle tele camerine gopro, fino alle singole confezioni dei prodotti). Entro il 2030, 100 miliardi di sensori saranno collegati alle risorse naturali, alle linee di produzione, ai magazzini, alle reti di trasporto, ai flussi di rete elettrica e di riciclaggio, nelle case, negli uffici, nei negozi e nei veicoli – producendo una mole enorme di dati.

Chiunque sarà quindi in grado di accedere all’Internet delle cose e usare grandi dati e analisi per sviluppare algoritmi predittivi che possono accelerare l’efficienza, aumentare notevolmente la produttività e ridurre il costo marginale di produzione e distribuzione delle merci, compresa l’energia, i prodotti ed i servizi.

Come abbiamo visto però questo nuovo mondo si porta appresso delle criticità disastrose.

Nella prima rivoluzione industriale i telai meccanizzati hanno fatto fuori gli artigiani-operai tessili, oggi i computer rimpiazzano professionisti e lavoratori di ogni livello di specializzazione, sia nelle funzioni operative che in quelle concettuali.

Ma qual è la differenza di questa rivoluzione rispetto a quelle che l’hanno preceduta?

Quando si è passati dalla carrozza all’auto alla guida era sempre presente un uomo.

La prossima auto driverless non avrà bisogno di un autista perché si guiderà da sola. Nelle precedenti Rivoluzioni Industriali le macchine utensili ed i robot a controllo numerico alleviavano il lavoro pesante degli operai, oggi, nella Terza Rivoluzione un software ed una connessione superveloce rendono superfluo anche il lavoro leggero e creativo degli impiegati e dei quadri dirigenziali.

Anche i numeri delle precedenti esplosioni industriali andavano tutti nella stessa direzione: più efficienza (dovuta largamente all’automazione, prima meccanica poi elettrica) significava un’economia più florida. Anche dal punto di vista dell’occupazione le cose andavano bene: se un individuo perdeva il posto in manifattura, sapeva che si sarebbe rioccupato nei servizi. Oggi neppure il settore dei servizi è un serbatoio di lavoro sostitutivo.

Nella Terza rivoluzione industriale i posti che si perdono da una parte non si recuperano: le macchine corrono troppo in fretta, hanno bisogno di meno uomini e questi ultimi non ce la fanno ad acquisire le competenze per star loro dietro.

E’ in corso dal punto di vista statistico un Disaccoppiamento (Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee,The Second Machine Age) nel quale il Pil complessivo cresce mentre il salario medio no.

C’è di peggio: Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, docenti a Oxford, hanno calcolato che il 47 per cento dei mestieri attuali negli Stati Uniti è a rischio estinzione per l’informatizzazione.

Ma c’è una speranza

Se da un lato l’interdipendenza può essere negativa, dall’altro essa permette cose che prima non erano pensabili, permette di immaginare un paradigma diverso da quello legato alla competizione ed al commercio, così come l’abbiamo conosciuto fino ad adesso.

Il paradigma della produzione e della fruizione partecipativa.

Se nel mondo del business il veicolo tradizionale resta l’azienda, nell’ecosistema aperto e abilitato dalla rete ( e dall’Internet delle Cose) il grande protagonista sono le comunità e la cooperazione, in tutte le loro forme.
Condivisione è la parola d’ordine: condivisione di informazioni, della conoscenza, delle notizie e dell’intrattenimento, ma anche delle energie rinnovabili, dei prodotti 3D stampati e dei corsi universitari on-line.

Siamo già abituati al car-sharing, alle camere di airbnb, alle auto di uber. Stiamo modificando le nostre abitudini seguendo l’evoluzione di questa griglia collaborativa.

Pensate ad un mondo dove per esempio ci si possa produrre l’auto da soli o perfino la propria casa seguendo progetti e metodologie trovati online e stampati vicino casa nostra.

E’ un mondo difficile da concepire? Beh, in parte ci siamo già dentro e non possiamo fare altro che adattarci al cambiamento.

Il futuro quindi non è così fosco, se lo sapremo gestire, sia come individui che come sistema, intanto vi consiglio una piccola lettura: un raccontino di fantascienza intitolato Il Morbo di Mida.

E’ stato scritto più di 60 anni fa da Frederick Pohl ma sembra scritto ieri tanto è potente la sua capacità di intepretare, estremizzandolo, il mondo di oggi.