Sangue infetto: perché un risarcimento dopo mezzo secolo

147
Sangue infetto? Quando non si sapeva
Una trasfusione come si facevano molti anni fa

47 anni fa Anna (il nome è di fantasia), una giovane donna di Gaeta, in provincia di Latina, è ricoverata in un ospedale della vicina Formia. Ha bisogno di sangue e le fanno una trasfusione. Quel sangue, ma lo scoprirà molti anni dopo, quasi sicuramente è infetto. Portatore del virus HCV, quello dell’epatite C.

Quella donna oggi è una anziana signora ammalata di tumore al fegato che è – come recitano i manuali – la complicanza più grave dell’infenzione cronica da HVC.

L’epatite C si tiene sotto controllo con i farmaci nella grande maggioranza dei casi.

Ma occorre sapere di essere malati. E quella giovane donna non ne seppe nulla per moltissimi anni.

La sua storia però è riemersa dalle nebbie della cronaca pochi giorni fa, con una sentenza di un tribunale: il 7 giugno scorso la Corte d’Appello di Roma, con una sentenza che porta il numero 3818, ha infatti stabilito che quella donna dovrà avere dal Ministero della Salute un risarcimento che sfiora i 500 mila euro.

La storia è stata raccontata tra gli altri sul Messaggero da un cronista, Giovanni Del Giaccio, che conosce bene questa ed altre storie di sangue infetto tanto da aver firmato un libro sul tema: Sangue sporco.

A difendere le ragioni della signora Anna e di centinaia di altri malati che hanno contratto malattie a causa di trasfusioni è l’avvocato Renato Mattarelli, una vera autorità in materia.

Mattarelli ha messo in piedi dieci anni fa, quando la rete internet non aveva certo la diffusione che ha oggi e le cause di risarcimento erano molto rare, un sito (www.dannidasangue.it) che oggi raccoglie centinaia di casi, di documenti, di sentenze della Cassazione. Soprattutto dedicati alle cause di risarcimento da sangue infetto.

Nel caso della signora Anna, Mattarelli ha ottenuto già anni fa un indennizzo, quello previsto dalla legge 210 del 1992: 800 euro al mese a vita. Ma come spiega lo stesso Ministero della Salute nelle pagine dedicate all’argomento, quegli 800 euro al mese non hanno certo risarcito il danno subito dalla signora Anna.

Si legge testualmente: “Il risarcimento del danno costituisce una materia completamente diversa dall’indennizzo previsto dalla legge 210/92. L’indennizzo assume il significato di misura di solidarietà sociale cui non necessariamente si accompagna una funzione assistenziale. Il risarcimento del danno trova invece il proprio presupposto nell’accertamento di una responsabilità colposa o dolosa della amministrazione di tipo giudiziario, come stabilito dal Codice Civile all’articolo 2043”.
E tuttavia, tra il diritto al risarcimento che rimane e la giustizia, c’è un principio giuridico: quello della prescrizione. La Corte d’Appello, dando ragione alla signora Anna e alle tesi del suo avvocato, ha ribaltato infatti una sentenza che in primo grado aveva fatto proprio riferimento alla prescrizione, visto che il fatto è di 47 anni fa.

La prescrizione per questo reato decorre al massimo entro 10 anni, come hanno affermato diverse sentenze della Cassazione. Come è possibile che quel fatto non sia prescritto?

Mattarelli spiega: “Un conto è la conoscenza in astratto della malattia, altro è la conoscenza del danno risarcibile. Il malato può non sapere di essere infettato, può legittimamente non cogliere il nesso tra la malattia che ha e una trasfusione avvenuta decenni prima, può non avere contezza del concetto giuridico sotteso al risarcimento.

Pensiamo a un bambino che nei primi anni di vita ha subito una trasfusione e che poi si ritrova malato di epatite trenta anni dopo. Come può stabilire un nesso? Come si può parlare, nel suo caso, dei tempi di prescrizione che decorrono?

Viceversa il dovere di vigilanza e di controllo delle amministrazioni sanitarie, ovvero delle Asl, è appunto un dovere dello Stato. E lo Stato, alla luce dell’acquisizione di nuove conoscenze scientifiche e della presa d’atto di quello che è diventato noto come lo scandalo del sangue infetto, avrebbe dovuto, per esempio, verificare se i pazienti che avevano subito trasfusioni avessero contratto malattie. Nel caso di Anna non è stato fatto”.

In trenta anni, fino ai primi anni 90, dice Mattarelli, sono centinaia di migliaia le persone infettate.

E come la mettiamo con la prescrizione di dieci anni?

“Io ho sollevato anche di recente una questione di costituzionalità su questa norma. La prescrizione ha senso nel rapporto tra pari, tra due privati, perché è giusto che una questione tra due persone abbia un tempo entro cui essere giudicata. Ma lo Stato non ha un rapporto orizzontale con i suoi cittadini, lo Stato è in alto, ha il dovere di non opporre la prescrizione su un principio sancito dalla Costituzione come il diritto alla salute.

Secondo me la prescrizione su questi reati non dovrebbe esistere, non si può dire ‘hai fatto tardi a intentare causa, non si può più fare’. Sarebbe come se un genitore dicesse a suo figlio: sei arrivato tardi a cena e ora non mangi più”. 

La questione di costituzionalità è stata accolta?

“No, però il giudice mi ha dato ragione sul merito. Comunque intendo riproporla anche perché spesso mi trovo a discutere con colleghi avvocati dello Stato che sembrano più dei ragionieri che degli avvocati. Qui si parla di un diritto inalienabile, che non può essere attenuato per ragioni economiche. Si parla di persone che hanno avuto la vita rovinata a causa di responsabilità colpose o peggio ancora dolose”. 

Quanto tempo passa tra un risarcimento sentenziato e un risarcimento ricevuto dalla vittima?

“Stiamo aspettando ancora risarcimenti del 2012”.

E la giustizia, i tribunali, sono altrettanto lenti?

“Le cause di risarcimento che si fanno a Roma hanno dei tempi che definirei umani; in generale su queste cause direi che il funzionamento dei tribunali è eccellente”.

Come funziona il suo studio legale? Si sobbarca le spese e poi incassa una percentuale dal risarcimento?

“Le spese non sono alte, e quasi sempre se ne fa carico il cliente. Poi, ottenuto il risarcimento, noi otteniamo una percentuale, solitamente tra un quarto del risarcimento e un quinto del risarcimento”.  

Mattarelli dice di sé, con autoironia, di essere ormai specializzato su queste cause.

Da dieci anni, come ricorda il Centro nazionale sangue, non si segnalano casi di infezioni da virus come l’HIV o l’epatite, anche perché il sistema di vigilanza evidentemente funziona. Ma certamente non funzionava bene negli anni 60, 70, 80, 90.

E probabilmente le cause per Mattarelli non mancheranno.