Malasanità o cattivo giornalismo?

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Cattivo giornalismo e malasanità: quanti usano questa app?
Lo screenshot della app dela Regione Lazio che fornisce in tempo reale le attese nei vari Pronto Soccorso

Parliamo di malasanità? No, parliamo di cattivo giornalismo.

Qualche giorno fa Massimo Gramellini, autorevolissima firma di prima pagina del Corriere della Sera, ha dedicato il suo “Caffè” quotidiano ad un caso di malasanità. Il titolo era “Lento abbandono” e in poche ed efficaci righe vi si descriveva il calvario di una donna di 46 anni che veniva “straziata da un doppio infarto” in ambulanza. Un racconto straziante.

Solo che era in gran parte inventato, nella parte di cronaca, e condito nella parte di commento dalle solite considerazioni sulle “bolge” che sarebbero i reparti di Pronto soccorso degli ospedali, sui tagli allo stato sociale che avrebbero ridotto il numero delle ambulanze, sullo “Stato invisibile” e il cittadino.

Gramellini è solo il giornalista più noto che si è occupato della vicenda, ed è colpevole – come gli è successo altre volte – solo di una cura non proprio ottimale delle sue fonti. Quello che ha scritto in sostanza lo ha letto su altre importanti testate, a partire da La Repubblica, che forniva molti dettagli sulla vicenda, comunque non corretti.

Il Policlinico di Tor Vergata, il giorno dopo l’uscita dell’articolo di Gramellini, ha deciso di diramare un comunicato che ricostruisce la vicenda. Intanto si legge che “la paziente non ha subito ‘..infarto in ambulanza’, non è ‘morta per infarto’, non ha ‘subito due infarti’ e non è ‘morta in ambulanza’”.

Si legge anche che la donna è arrivata al Pronto Soccorso del Policlinio Tor Vergata la sera del 14 maggio, alle undici di sera, con “lieve scompenso cardiaco”. E’ stata visitata “dopo pochi minuti”, ed ha aspettato fino al mattino seguente un posto letto.

Non c’era posto e così al mattino “si è disposto, come da protocollo, il trasferimento presso altra struttura mediante un mezzo privo di medico a bordo, in considerazione delle condizioni di stabilità clinica della paziente”.

E da cosa si deduce che fosse stabile? Dal fatto che “è salita a bordo autonomamente”. Grottaferrata dista dal Policlinico Tor Vergata meno di 15 chilometri. Solo che in quei quindici chilometri la donna ha “accusato un malore” e “gli infermieri specializzati, come previsto dal protocollo operativo per tali evenienze, hanno prontamente avvisato il 118, che ha condotto la paziente presso il vicino ospedale di Frascati, ove è stata stabilizzata, per poi essere ritrasferita, nella stessa giornata, presso il Policlinico Tor Vergata, ove è stata peraltro sottoposta a studio coronarografico, che dimostrava l’assenza di alterazioni coronariche e, quindi, di pregresso infarto”.

Insomma: la donna, che è morta, purtroppo,  “non solo non è deceduta a causa di un infarto, men che meno durante il trasporto, ma neppure ha mai avuto un infarto”. E perché è morta? Perché “durante l’accertamento diagnostico effettuato in Terapia intensiva – ove è rimasta per dieci giorni, durante i quali si era risvegliata con miglioramento delle condizioni cliniche – è emersa una grave patologia cardiaca che ne ha provocato il decesso in data 26 maggio”.

Naturalmente, su denuncia dei familiari della donna, la Procura di Roma ha aperto un fascicolo e sequestrato le cartelle cliniche. Naturalmente sarà importante capire, verificare se sia successo qualcosa che gli ospedali interessati avrebbero dovuto fare e non hanno fatto. La Regione Lazio ha disposto un audit, confermando però quel che il Policlinico Tor Vergata ha affermato.

Di certo però la versione del Policlinico Tor Vergata non si è letta su nessun quotidiano a parte il Quotidiano sanità, giornale di settore, certamente meno letto della prima pagina del Corriere della Sera. Che però ha fatto un giornalismo certamente migliore di quello del ben più importante Corriere.