E se poteste hackerare il vostro corpo?

171
Hackerare il proprio corpo?
Bio hacking, cos'è

Sappiamo cosa è l’hacking e quali sono le sue dinamiche: critica al sistema, al formarsi dei monopoli, critica alla proprietà intellettuale. Ma cosa succede se questo tipo di tecniche, orizzontali, opensource, semiclandestine, venissero applicate alle scienze della vita? Cosa succederebbe se avessimo la possibilità di “hackerare” il nostro corpo?

Ma non vogliamo parlare di considerazioni filosofiche o se sia “morale” considerare il corpo semplicemente come un sistema biologico da manipolare e, appunto “hackerare”.

Per esempio la medicina…

Se ci pensiamo tutta la medicina è un enorme tentativo di bypassare le condizioni naturali del corpo, per incoraggiarlo a reagire e a ripararsi. Fino ad oggi questa attività è stata appannaggio dell’accademia, del sapere ufficiale e riconosciuto e quindi poi delle grandi aziende, della ricerca “ortodossa”.

Proprio come succedeva negli anni 70, quando l’informatica ed i computers erano una questione giocata tutta nelle grandi aziende (IBM in primis). Cosa successe? Cominciarono a farsi avanti ragazzini che “smanettavano” e che provarono ad entrare nei codici, modificandoli, piegandoli ai propri desideri, costruendo una cultura alternativa a quella ufficiale.

La stessa cosa adesso sta succedendo con la biologia. E questo processo è favorito dalle reti di comunicazione e dall’ambiente collaborativo proprio di queste reti.

Ci sono già molti gruppi che stanno in questo momento applicando le tecniche dell’hacking, sviluppate in campo software ed hardware, anche sul versante della biologia. Esistono anche dei testi che testimoniano la nascita di questo nuova nuova modalità di pensare alla ricerca, uno di questi è Biohacker, di Alessandro Delfanti, se volete leggere qualcosa in italiano.

Di cosa di tratta? Cosa è il biohacking?

Come dicevamo, ciò che viene unitariamente definito come “biohacking” è una corrente multidisciplinare formata da esperienze collaborative, nate in rete, nelle quali, attraverso la costruzione di laboratori accessibili a chiunque, si fa ricerca biologica opensource. Spesso con strumentazione riciclata o auto costruita.

Una delle migliori definizioni parla del biohacking come dei tentativi di manipolazione del corpo umano aventi lo scopo di miglioralo e farlo rendere di più.

Questa corrente tecno-filosofica si è concretizzata in comunità di biologia “fai da te” che si sono espanse negli ultimi anni dagli USA, fino all’Europa, passando per l’America Latina e l’Asia.

Ma non pensate a degli sfigati che negli scantinati si producono in dozzinali imitazioni degli esperimenti del dottor Frankenstein. Ci troviamo di fronte a filoni anche sofisticati di ricerca, realizzati però al di fuori dei canali “ufficiali”.

Nel corso di questi ultimi anni dalle esperienze puramente teoriche e “hippie” ci si sta spostando (specie nella California dei grandi colleges) verso lidi più imprenditoriali.

Nascono sempre più startup dedicate alla ricerca biologica “di frontiera” e semiartigianale, basate su modelli di ricerca distribuita. Piccole e dinamiche aziende formate da giovani che sono alla ricerca aggressiva di venture capitalist.

Anche Bill Gates, uno che di rivoluzioni e investimenti sule rivoluzioni se ne intende, un paio di anni fa ha affermato che il biohacking è la nuova frontiera dell’innovazione.

Con un imprimatur di questo genere, pensate che le menti più geniali della Silicon Valley non possano aver fiutato un affare?

E qual è l’affare più redditizio fra tutte le possibili applicazioni del biohacking?

Le droghe, ovviamente.

L’hackeraggio del cervello umano è una delle attività più redditizie in assoluto: alcool, funghi allucinogeni, droghe e principi naturali, principi attivi sintetici: da sempre questa particolare attività ha stimolato le capacità tecnologiche ed imprenditoriali dell’umanità.

Oggi questa “inclinazione” del tutto umana, si incrocia con le tendenze più cool del momento e con le mirabolanti possibilità date dalle tecnologie più avanzate.

Sulla costa est degli USA, casa della rivoluzione digitale del millennio, i manager, i geni informatici, i venture capitalist, i nerd super connessi, sono alla ricerca continua di idee, applicazioni geniali, interconnessioni vincenti con l’economia reale.

Tutto questo lavorìo porta via energie mentali e ha bisogno di una attenzione sempre ai massimi livelli. Ma come supportare questo bisogno di attenzione e di profondità di pensiero?

Ma con il biohacking, naturalmente! Qui non è elegante aumentare le proprie capacità mentali con la cocaina (come fanno quei degenerati della costa ovest), nei campus e nei centri di eccellenza californiane si usa il microdosing e si innalzano i propri standard di pensiero con i nootropi.

Per capirci il microdosing non è altro che l’assunzione, sembra perfettamente legale di microdosi di LSD, con lo scopo di rendere le percezioni più nitide e ridurre i livelli di stress.

Questa pratica è un successo tra chi non si vuole sballare ma solo lavorare meglio. Chi invece non vuole accedere all’inquietante mondo delle droghe (anche se in dosi non letali) sceglie i “nootropics”, superintegratori che promettono di migliorare le capacità cognitive.

A cavallo fra le droghe e gli integratori questa nuova famiglia di sostanze commerciabili incrocia con successo la moda imperante degli integratori a base di aminoacidi, vitamine o proteine. Al posto del dimagrimento ora i nootropics promettono di far fare faville al vostro cervello.

Il primo affare del biohacking è quindi l’attacco al mercato degli integratori “mentali”. Nella lista delle start up di quelle latitudini sono decine quelle che basano i propri businessplan su questo tipo di prodotti.

Queste aziende considerano il corpo umano come un sistema ingegneristico con un sistema operativo (il cervello) che può essere migliorato ed “aggiornato”.

Un pensiero che mette una certa inquietudine ma ci fa porre anche delle domande: siamo contenti delle “performaces” del nostro cervello? Vorremmo migliorarle?

Saremo costretti dal ritmo che ci impone la tecnologia ad aggiornare anche il nostro cervello, come si fa con il sistema operativo dei nostri smartphones?

I guru del biohacking californiano sono sicuri che tra cinque anni tutti avranno a che fare in una forma o nell’altra con questo tipo di sostanze, speriamo comunque di non averne bisogno per continuare a vivere da esseri umani.