Punto di svolta all’italiana

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di Giuseppe Paone

E così è passata un’altra giornata storica, un’altra pietra miliare della nostra storia patria. Il referendum del 4 dicembre ha consegnato alla memoria un’altra rivoluzione italiana. A pensarci bene già con le scorse elezioni amministrative abbiamo assistito ad un’altra rivoluzione. Gli ultimi anni sono stati pieni di eventi epocali, di svolte storiche, di spartiacque epocali. Le nostre cronache sono colme di momenti nei quali si dice: dopo il mondo non sarà più lo stesso (in fondo questo è il risultato di una rivoluzione, di un cambiamento radicale). La crisi globale doveva essere uno di questi momenti rivoluzionari. L’11 settembre è stato vissuto come un unicum che avrebbe cambiato la storia del mondo intero. Si nota questo cambiamento? Guerre c’erano prima di quella data, guerre sono avvenute dopo quella data. Sono cambiate le motivazioni e gli schieramenti, ma sostanzialmente, niente di nuovo sotto al sole.

Rivoluzioni.

L’esperienza quotidiana ci riserva continui incontri con potenziali rivoluzionari. Incontriamo gente che vorrebbe operare delle epurazioni di massa a danno dei politici, oppure ribaltare le convenzioni sociali, contro i ricchi, contro le banche, contro il bersaglio di turno, i poteri forti, i complotti di entità oscure ed inconoscibili.

Avvertiamo tutti che ci sono cose che sfuggono al nostro controllo e quindi la nostra risposta è cercare di buttare in aria il tavolo con tutte le carte.

La rivoluzione! Ecco l’idea buona per riprendere il controllo della nostra vita. Non siamo gli unici al mondo a pensarla così. Noi però abbiamo un modo peculiare di pensare e fare le rivoluzioni.

All’italiana.

Prendiamo le rivoluzioni elettorali, ad esempio. Noi crediamo che il voto, qualsiasi voto, possa essere il punto di partenza della rivoluzione che desideriamo.

E invece, di solito, il voto, l’espressione della cosiddetta “volontà popolare” non è che il punto di arrivo.

Il voto che ha eletto Trump in USA è stato solo l’epifania di un sentimento di insoddisfazione che covava da anni nel cuore più profondo dell’America: contro il resto del mondo, contro la globalizzazione, contro il politically correct. Trump non è stato che il risultato di questa rivoluzione culturale e di atteggiamento che ha trasformato l’America durante gli anni della grande crisi.

Ma com’è la rivoluzione vista da italiani?

Il nostro atteggiamento è tipico di chi demanda ad altri la gestione, l’organizzazione e la messa in atto di quanto desideriamo. Ecco perché ogni appuntamento è per noi una(potenziale) rivoluzione: ci aspettiamo che chi ha ricevuto la nostra investitura si rimbocchi le maniche e stravolga l’ordine costituito al posto nostro. Ci apsettiamo che ci sia qualcuno che con una bacchetta magica faccia tornare il lavoro, faccia riempire le nostre tasche, faccia scorrere fiumi di latte e di miele. Ecco cosa ci aspettiamo dalla nostra piccola, provinciale rivoluzione.

Del resto siamo fatti così. Per noi italiani è sempre un altro la causa del nostro peculiare e particolare destino avverso. Per noi sono altri che si dovrebbero occupare della pulizia e del decoro delle strade della nostra città. In forza di questo pensiero ci sentiamo in diritto per esempio di inzozzare bellamente i marciapiedi con le deiezioni dei nostri cani, o di buttare i sacchetti della spazzatura a caso, in giro. Tanto poi ci sarà qualc’un altro che si occuperà di mettere le cose a posto. Non spetta a noi essere leali e rispettosi delle regole, spetta agli altri, meglio se sono politici. Non spetta a noi impartire una giusta educazione ai nostri figli oppure stabilire delle regole di comportamento o di linguaggio. Spetta alla scuola, o al massimo all’oratorio, provvedere a scontrarsi con i nostri amati pargoli per impartire loro giuste lezioni di convivenza civile. E’ sempre e comunque colpa di altri, affare di altri, problema di altri, e non nostro.

In fondo però non siamo del tutto colpevoli di questo curioso modo di vedere il mondo e la nostra responsabilità nei confronti di.

Ce lo inculcano fin da piccoli, attraverso la religione.

Pensateci.

Si entra nella propria comunità e si viene accettati come cristiani tramite il battesimo, da piccolissimi. Non abbiamo modo di dire la nostra. Ci pensano i genitori al posto nostro, aiutati in questa gravosa responsabilità dai padrini che loro avranno scelto. Durante la nostra esistenza possiamo fare tutto quello che vogliamo, tanto c’è la confessione con la quale rimettiamo il peso della colpa nelle mani di un sacerdote, il quale al posto nostro ci darà l’assoluzione, liberandoci dalla responsabilità di quanto abbiamo fatto. Perfino nella parte finale della nostra esistenza c’è la possibilità di fare ammenda in extremis, sempre con l’aiuto di un’altra persona, delegata appositamente a questa funzione. Nell’aldilà poi non c’è da preoccuparsi. Le messe a suffragio ci daranno la spintarella necessaria per arrivare alla nostra meta. Ma la nostra responsabilità personale? Quello che facciamo noi, coscientemente e scientemente, quale peso ha? Ci sentiamo colpevoli in prima persona di una qualsiasi delle nostre scelte oppure corriamo prontamente a fare scaricabarile con le istituzioni, le banche, l’euro, i massoni, i rettiliani, le scie chimiche?

Eccola la nostra rivoluzione per interposta persona. Vogliamo continuare a fare la nostra vita, preservando gelosamente le nostre abitudini. Non vogliamo che il mondo esterno ci disturbi troppo. Ci sono disgraziati che scappano perché c’è la guerra? Aiutiamoli a casa loro. Non abbiamo tempo per approfondire le nostre relazioni? Colpa della “vita frenetica”, non certo del tempo che invece dedichiamo volentieri ad attività del tutto superflue.

C’è il cambiamento climatico che rischia di mettere sott’acqua Venezia? Noi continuiamo ad acquistare auto sempre più performanti dalle quali chiameremo i nostri amici via bluetooth, per lamentarci di questo schifo di tempo che non ci si capisce più niente.

La rivoluzione invece comincia nelle nostre case, nelle nostre abitudini, nelle nostre parole, nei nostri pensieri.

La rivoluzione è scomoda proprio per questo, perché la si deve fare in prima persona e non sotto un palco ad applaudire o a fare pernacchie. La rivoluzione della legalità, ad esempio, parte da noi che chiediamo la fattura al dentista o all’idraulico, da noi che seguiamo le regole per ottenere una licenza edilizia, senza cercare scappatoie, da noi che non stiamo zitti davanti all’ennesimo sopruso.

Il vero cambiamento avviene prima di andare a votare, non dopo.